Il rispetto del cavallo: un fattore di ascolto

Articolo di Eleonora Cividini

Per la stesura di questo articolo mi sono ispirata al principio fondamentale dell’ Ecole de Légèreté:

il rispetto del cavallo. Spesso questo concetto viene dato per scontato dalle persone che hanno scelto di praticare un’equitazione “evoluta”, che non prevede quindi l’uso di strumenti coercitivi e applica gli aiuti in modo logico e coerente da un punto di vista etologico e biomeccanico.

Nelle discipline equestri – e non solo –  si può facilmente e tristemente vedere dove finisce il rispetto per gli animali e iniziano gli abusi. Nonostante se ne parli spesso, non sono sempre altrettanto evidenti le basi su cui si fonda un vero rispetto per il cavallo, al quale dedichiamo così tanto tempo e impegno.

A mio vedere, il rispetto inizia sempre con la conoscenza. Il mondo di oggi, grazie alla risorsa di internet, rende qualsiasi informazione a portata di mano e permette la diffusione capillare delle competenze tecniche e culturali in ogni ambito. Anche il mondo del cavallo, seppur lentamente rispetto ad altri, sta compiendo la sua evoluzione ed è ormai difficile viverlo senza essere toccati anche marginalmente dalle nuove correnti di pensiero. Se abbiamo scelto di avere un cavallo dovremmo volere il meglio per lui, e questo dovrebbe spingerci ad essere curiosi e a sperimentare cose diverse.

Il lato negativo di questo calderone di novità è il rischio di cadere sotto l’influenza di mode e al volersi affidare a nuove pratiche senza averle ben comprese, con risultati spesso deleteri per cavallo e cavaliere.

Molto importante è, insieme all’informazione, la capacità di osservare. Anni di esperienza in campo equestre rendono l’occhio attento ed esercitato, tuttavia le possibilità di miglioramento sono infinite. Per osservare con attenzione ci vuole tempo. Il nostro cavallo, nel suo linguaggio, ci dice tutto quello che serve sapere sulle sue esigenze. Per iniziare ad ascoltarlo occorre fare una certa pulizia di quelle che sono le tante sovrastrutture accumulate nel nostro bagaglio cognitivo nel corso degli anni di apprendimento in campo equestre convenzionale. Alcuni di noi hanno la fortuna di iniziare subito col piede giusto e di rendersi abili conoscitori della natura equina in pochi anni di pratica presso le migliori fonti di informazione e addestramento. La maggior parte della “gente di cavalli” però, deve far i conti con una serie di comportamenti acquisiti spesso difficili da riconoscere e sradicare.

Poniamoci questa domanda: quello che è “giusto” fare, perché lo abbiamo imparato da fonti ritenute attendibili, è davvero il meglio per il cavallo? Può darsi di sì, se il nostro amico sta bene, ci dimostra di avere una buona relazione con noi, è motivato nell’apprendimento e così via… ma la risposta può essere anche no. Da qui allora inizia la ricerca che dobbiamo fare, piccoli passi per volta, per venire incontro alle sue necessità, che possono rivelarsi anche apparentemente “scomode” per il cavaliere-proprietario.

Dedicare un tempo adeguato ad ampliare le proprie conoscenze, ad osservare attentamente il cavallo nel suo ambiente di vita e durante l’interazione con l’uomo, insieme ad una costruttiva autocritica sono i punti chiave per creare un terreno fertile su cui costruire un vero rispetto. L’insieme di queste condizioni pone le basi dell’ascolto, termine che secondo me rende molto bene l’idea di cosa voglia dire avere rispetto del cavallo in tutti i nostri campi di azione. Come succede anche in qualsiasi interazione uomo-uomo, l’ascolto è il fondamento del dialogo e della possibile relazione.

Per poter instaurare un dialogo è necessario trovare un linguaggio comune. Nel caso dell’interazione cavallo-uomo, l’ideale è cercare di ridurre le naturali incompatibilità del rapporto preda-predatore. Occorre smussare, per così dire, questi spigoli, ponendo l’uomo in una posizione di partnership protettiva e risvegliando nel cavallo un’attitudine collaborativa grazie alla sicurezza e al benessere creato dalla relazione. Oggi esistono diversi metodi collaudati e molto validi per avvicinarsi a questo genere di interazione, tenendo conto che in tutti il grosso del lavoro è da fare sulla persona. Nel momento in cui ci è chiaro che vogliamo essere il miglior partner per il nostro cavallo, e cerchiamo di interagire in modo dialogico con lui a partire da quando lo avviciniamo, si rende necessario studiare ed eventualmente rivedere ogni nostro gesto (entrare nel paddock/box, mettere la capezza, condurlo a mano, pulirlo ecc..). Osserviamoci e ascoltiamo il cavallo durante tutte le fasi preliminari della sessione di lavoro. Il cavallo è rilassato? Sembra teso? Non gli piace stare legato in un posto? Ci sorprende con le stesse reazioni sempre nella stessa situazione? Non ama farsi sellare? Prendere atto di tutte queste cose vuol dire ascoltare e quindi voler rispettare il nostro partner equino. Se esistono dei sintomi di stress, la ricerca di una gestione più naturale possibile in termini di scuderizzazione ed alimentazione può già essere per molti aspetti risolutiva.

Ormai è ben noto che un cavallo è un animale sociale, erbivoro, monogastrico, nato per muoversi lentamente molte ore al giorno in ampi spazi. A partire da questa idea si può fare molto per rendere le sue condizioni di vita adeguate, o almeno sufficienti, alla sua natura. Certamente una gestione naturale ben fatta può risultare meno pratica per il cavaliere-proprietario ma i benefici sono innegabili e si riflettono, oltre che sulla relazione, su qualsiasi obiettivo di performance sportiva.

Vorrei sottolineare che, per quanto sia fondamentale avvalersi dell’aiuto di validi addestratori-istruttori, maniscalchi e pareggiatori competenti e veterinari qualificati, il salto di qualità nel rispetto del proprio cavallo è possibile solo quando siamo noi stessi a decidere cosa è meglio fare in una situazione, perché abbiamo fatto tesoro delle informazioni che il nostro cavallo ci trasmette quotidianamente e che solo noi possiamo sapere.

Le ore in cui il cavallo non viene addestrato dovrebbero essere orientate allo svolgimento delle sue attività naturali (attività esplorativa, contatto sociale, cibo, riposo) in assenza di fonti di stress.

Quando è il momento della sessione di “lavoro” , l’obiettivo dovrebbe essere riuscire a creare tutte le condizioni necessarie all’apprendimento senza che il cavallo se ne accorga. Ciò è possibile anche passando in sella la fatidica ora, con qualche accorgimento in più. Il grooming si può fare mangiando erba e creando già delle interazioni utili al lavoro successivo. Se in ogni passaggio si considera il punto di vista del cavallo, ci si accorge che piccoli cambiamenti nella routine possono facilmente cambiare la predisposizione del nostro amico. Le pause devono essere frequenti e mirate a premiare i comportamenti desiderati, e sono momenti in cui l’animale deve essere libero di distrarsi.

Se siamo rispettosi dei tempi di apprendimento del cavallo e delle sue naturali inclinazioni, possiamo chiedere rispetto a nostra volta. Lavorare in un campo d’erba pretendendo che il cavallo non la possa mai mangiare è un non-sense dal suo punto di vista. Ma permettergli di mangiare l’erba durante una pausa può diventare un buon compromesso e anche un ottimo indice dell’attenzione che riusciamo a richiamare.

La scuola degli aiuti come l’Ecole de Légèreté la concepisce, ben espressa in alcuni articoli precedenti, fornisce basi logiche su cui strutturare la comunicazione da terra e dalla sella in modo coerente e senza creare dolore. L’ascolto nel chiedere la decontrazione della mascella da terra, nelle prime flessioni laterali, è importante perché ci può fornire utili informazioni sullo stato psicofisico del nostro cavallo in quel momento, e su come impostare il successivo lavoro. L’espressione dei suoi occhi, il suo respiro, eventuali momenti di tensione nell’esecuzione di qualche esercizio sono indizi da non trascurare. Le reazioni di un cavallo, specie se ripetute nel tempo, hanno sempre un senso e il buon addestratore ne fa tesoro. Esistono momenti in cui è bene insistere, ed altri dove è giusto cedere, anche se per pochi istanti, per poi riproporre la domanda. Il risultato arriverà comunque, col vantaggio di non aver oltrepassato il sottile confine nella complessa relazione uomo-cavallo.

Se ogni giorno, da quando mettiamo piede in scuderia, dedichiamo all’ascolto il tempo che merita, ci renderemo presto conto che il vero senso del nostro percorso al fianco del nostro cavallo è la realizzazione del benessere reciproco.

Da sempre conoscenza, tempo, osservazione e autocritica sono il fondamento dei grandi cavalieri.

C’è una frase di Philippe Karl in particolare che vorrei citare in questo contesto “ Patience n’est pas sience, mais il faut beaucoup de sience et pas d’impatience” ovvero “La pazienza non è scienza, ma occorre molta scienza e nessuna impazienza”.

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